Intervista
Intervista
Scarica l'intervista
RTSI ( RadioTelevisione Svizzera di lingua Italiana )
Intervista a Michele Viviani di Armida Demarta, fondatrice del progetto “POESTATE” (Festival di Poesia e laboratorio culturale del Canton Ticino), giornalista, conduttrice e voce popolare della Radio Svizzera di lingua italiana.
( A microfono spento )
PREMESSA:
L’intervista che segue si articola in due fasi, attraverso passaggi caratterizzati da contenuti che esulano dallo schema delle domande-risposte, finalizzate alla presentazione di un personaggio o di un’opera.
Ciò che emerge è un dialogo che si alterna, soprattutto nella seconda parte, fra forma prosastica e forma poetica, sfiorando picchi appartenenti all’universo Filosofico e Metafisico, che andrebbero colti con l’intuizione, più che con l’intelletto razionale.
Armida: Ciao Michy, siamo in onda!
La tua musica sta entrando nella privacy delle famiglie svizzere, nelle loro case, nelle loro baite, nei walkman dei ragazzi sintonizzati con noi e nell’immaginario collettivo di questa Lugano sempre attenta alle novità culturali.
Michele: Una bella responsabilità, non ti pare? (con una punta d’ironia) Ciao Armida, grazie per avermi invitato nel tuo salotto musicale! Spero di non ammorbarvi troppo con il mio “spleen”, per quanto posso assicurarti che da qualche tempo, dietro a questa dicotomica facciata da poeta maledetto, sta sbocciando la gioia.
A: Non ne dubito affatto! E conoscendoti in via del tutto informale, mi aspetto che tu ce la offra. Raccontaci qualcosa di questo tuo ultimo lavoro! Da cosa nasce “Vola con l’Anima”?
M: Nasce dall’anima naturalmente, da un’ anima irrequieta che cerca la propria compiutezza.
A: Un disco autobiografico quindi, una sorta di riepilogo della tua vicenda esistenziale?
M: Diciamo una sintesi di esperienze che hanno caratterizzato il mio modo di essere, riesumate dal taccuino della memoria intriso di immagini sfocate e appunti di viaggio, un taccuino pieno di impronte lasciate sull’ acqua… (ridendo)
A: Cosa intendi con “impronte lasciate sull’acqua”?
M: E’ solo un eufemismo che evoca l’idea della vacuità, l’inconsistenza del proprio vissuto e della vita stessa.
A: Ma il passato fa parte di noi, è da lì che veniamo, non credi che rinnegando la propria storia si rinneghi se stessi?
M: Non c’è nulla da rinnegare, si tratta invece di cercare di “essere” e io sto solo tentando di vivere il Presente.
A: Ma tutti viviamo il presente, il passato è passato e il futuro deve ancora venire, non credi?
M: Non è così semplice, noi siamo dove la nostra mente ci conduce, molte persone infatti vivono di ricordi (soprattutto gli anziani), altri invece nell’età arrogante del loro espressionismo narcisistico proiettano scenari futuribili, tessendo la trama degli eventi in cui rimarranno incartati, ma quasi nessuno vive il Presente, quell’ Eterno Presente scevro da condizionamenti e completamente avulso dall’illusorietà delle cognizioni di spazio e di tempo.
A: (Silenzio…) Santo cielo Michy, non vorrai inoltrarti nella teoria quantistica?
M: Perché no? Non ci avevo pensato, ma…
A: Perché temo che riusciresti a dimostrarmi che ora non stiamo parlando e che forse non siamo mai nati…
M: Va bene Armida, sei tu la conduttrice (ridendo), consentimi però di chiarire ai nostri ascoltatori che una certa Fisica non è che il riflesso o l’ottava inferiore della Metafisica e che tutto riconduce a Quello, al Sé, all’Uno senza secondo.
A: Ok Michy, noto che non hai perso il tuo senso dell’umorismo, né la tua innata tendenza alla provocazione ma, dimmi piuttosto, cosa significa per te vivere il presente?
M: Significa smettere di scavare nel proprio background, cessare di autocommiserarsi, di piangersi addosso, ma soprattutto di proiettare nuove illusioni; significa inoltre “prendersi per mano con dignità” e affrontarsi per risolvere il proprio destino.
A: Capisco, stai parlando della lotta che si ingaggia con se stessi, della Jihad Superiore finalizzata all’autorealizzazione, non è vero?
M: In un certo senso, per quanto gli insegnamenti Tradizionali facciano parte anche di altre culture a me più congeniali, potrei citarti la Bhagavadgita, ad esempio.
A: Va bene, ma il tuo retroterra, il tuo trascorso, fu ricco di eventi affascinanti: ricordo quando venivi a “riposarti” a Lugano, di ritorno da qualche viaggio o da qualche avventura esotica intorno al mondo e ci intrattenevi con i tuoi racconti e le tue peripezie; ricordo le serate davanti al camino in compagnia di qualche buona bottiglia; ricordo come fosse ieri i nostri giochi letterari, io ti davo il La e tu partivi coinvolgendoci tutti in un volo pindarico dell’immaginazione, estrapolando dalla nostra fantasia emozioni figurate che ci portavano lontano, laddove il sogno diventava palpabile ed il concetto di Realtà appariva sempre più astratto.
M: Accidenti, mi stai dipingendo come un “Socrate post litteram” che, attraverso una sorta di Maieutica, riusciva ad evocare la creatività e l’intuizione!...Sento che il mio ego si compiace (ridendo) ma è trascorso molto tempo da allora e tante cose sono cambiate; se credi però che tutto ciò possa interessare ai nostri ascoltatori… perchè no, potremmo anche partire da lì, visto che questo disco si presta all’argomento.
A: ( Rivolgendosi ai suoi ascoltatori con un po’ di ilarità )
Questa sera ci confrontiamo con un personaggio a dir poco inquietante, che credo mi darà del filo da torcere, ma anche tanti spunti su cui riflettere.
( Rivolgendosi di nuovo a Michele )
Puoi dirci innanzi tutto quali sono i tuoi riferimenti culturali in campo musicale e chi è il musicista contemporaneo che preferisci in assoluto?
M: Ce ne sono diversi ma, dovendoti rispondere nell’immediato, direi sicuramente Miles Davis.
A: E nella musica classica?
M: Mozart.
A: Fammi il nome di un poeta.
M: Rabindranath Tagore.
A: Ok, alcuni ascoltatori sono intervenuti telefonando in studio per commentare il tuo cd, non tutti lo hanno apprezzato, qualcuno ti ha persino definito un intellettuale snob, altri un visionario nichilista, completamente avulso dalle problematiche socio-politiche della realtà contingente, cosa ne pensi?
M: Quando ci si espone tutto questo è normale, fa parte del gioco; non si può piacere a tutti, non ti pare? Un tempo sarei sceso in polemica, mi sarei messo sulle difensive e avrei replicato, ma ora sono talmente impegnato a tenere al guinzaglio il mio ego che tremo al pensiero di togliergli la museruola; non ho più voglia di combattere contro i mulini a vento e credo proprio di avere inguainato la spada.
A: Forse l’hai soltanto sostituita con la tua chitarra?!
M: No, il mio atteggiamento nei confronti del mondo è mutato.
A: Da quando è mutato?
M: Da quando ho realizzato che per cambiare le cose (ammesso e non concesso che serva a qualcosa) bisogna prima di tutto cambiare se stessi.
A: Michele Viviani sulla via di Damasco?
M: Semplicemente sulla Via…come tutti del resto. Ma c’è una cosa che vorrei chiarire a proposito della “realtà contingente” dalla quale sarei avulso.
A: Vale a dire?
M: Che cos’è la realtà? Di cosa stiamo parlando?
A: La realtà è la realtà Michy, c’è poco da filosofeggiare!
M: Armida, non è con i luoghi comuni che si fa chiarezza sui concetti. La realtà, per l’uomo ordinario, non è altro che la rappresentazione che egli si è fatta del mondo, in base a ciò che ha saputo e potuto percepire, in base a ciò che ha creduto di vedere; Schopenhauer ha chiarito in maniera esaustiva questo concetto e poi, vedi, la maggior parte delle persone riduce l’universo (fisico) al proprio personale orticello, evitando scrupolosamente di inoltrarsi in analisi e ricerche che farebbero crollare tutte le sicurezze d’argilla in cui si sono barricati; senza saperlo fanno la politica dello struzzo nascondendo la testa sotto la sabbia, sperando di evitare il conflitto che comporta il confronto con se stessi. La maggioranza degli uomini non si pone domande sulla Causa Prima, né sembra consapevole del’universo sottile (psichico) che li comprende, presi come sono ad ottemperare ai loro bisogni mondani, vittime come sono dell’istinto di gregge e dell’inconscio soggettivo e collettivo; l’uomo ordinario crede di vivere in primis mentre in realtà è soltanto vissuto dalla cognizione che ha della propria realtà contingente che, per comodità dialettica e insufficienza d’approfondimento, ha ridotto ad una convenzione piena di conflitti, pregiudizi e contraddizioni.
A: Chi è per te l’uomo ordinario?
M: Chiunque non abbia intrapreso un percorso di Autorealizzazione Spirituale, o quanto meno di indagine finalizzata alla conoscenza di sé.
A: Esiste dunque un uomo straordinario?
M: Esiste l’uomo con le sue innumerevoli peculiarità coscienziali; vi sono uomini completamente identificati sul piano “orizzontale”, quello degli eventi che si esplicano nel divenire, altri che tentano con più o meno successo di affrancarsi da ciò che considerano soltanto un miraggio transeunte; per questi ultimi la realtà che appare (contingente) non equivale affatto alla Realtà che E’, quella Assoluta a cui aspirano. E poi ci sono i Realizzati, coloro che sono “rientrati”, coloro che sono tornati a Casa, coloro che hanno ritrovato la piena coscienza di sé in se stessi e sono tutt’uno con tutto.
A: E non sono forse esseri straordinari?
M: Essi sono ciò che sono e ogni definizione lascia il tempo che trova, anche se ovviamente, dal punto di vista relativo alla nostra umanità incompiuta, non possiamo che considerarli eccezionali, ma credo che la vera “normalità” consista proprio in ciò che Essi hanno ritrovato; i subnormali siamo noi (ridendo forte) che ancora brancoliamo nel buio, barcamenandoci fra un’allucinazione psico-sensoriale e l’ennesima proiezione in cui ci identifichiamo.
A: Questa me la spieghi dopo, ok? Per ora limitiamoci a parlare di quelli che stanno ancora cercando, di quelle mosche bianche che non si limitano a subire la loro esistenza, ma cercano di comprenderla.
M: Per queste mosche bianche l’imperativo categorico è liberarsi da tutti gli orpelli che impediscono all’anima di ritrovare se stessa. Per queste entità in cammino, a volte ancora irrequiete e conflittuali, ma assetate di Verità, di quella “Verità che rende liberi”, la realtà contingente consiste proprio, come ti accennavo, nell’affrancarsi dalla realtà contingente del mondo ma, bada, ciò non significa escluderlo ed ignorarlo, bensì comprenderlo senza però rimanerne invischiati. C’è stato un tempo in cui consideravo il mondo come “altro” da me, come qualcosa di esterno e di estraneo di cui diffidare. Tra me e gli altri c’erano tanti paletti, se non addirittura del filo spinato. Ero vittima di quell’individualismo solipsista che induce gli uomini a barricarsi nella loro torre d’avorio; guardavo gli altri con sufficienza, con diffidenza, come fossero degli alienati identificati nel loro miraggio, nel loro sogno esistenziale, nel loro progetto a breve scadenza e di breve durata, vista la precarietà della vita. Credevo di aver visto di più, di aver capito di più; credevo di essere uscito dalla “Caverna delle Ombre”, tanto per citare Platone, e come Zarathustra mi ero messo a pontificare, pensa un po’! … Terribile, vero?
A: Soprattutto presuntuoso, non credi?
M: Certo, ma non si trattava semplicemente di presunzione, era qualcosa di peggio, direi di aberrante, era vero e proprio egotismo ideologico con tutto ciò che ne consegue, quell’egotismo che conduce al misantropismo più bieco e opprime il cuore offuscando la ragione, quell’egotismo che non contempla la compassione e…la storia ci insegna a cosa porta tutto questo. Ero arrivato al disprezzo di me stesso, capisci? Il mondo non era che lo specchio in cui si rifletteva tutta la mia contraddizione, la mia incapacità di amare e di comprendere.
A: Ora hai cambiato opinione nei confronti del mondo?
M: Più che altro ho cambiato opinione nei confronti di me stesso, ho smesso quanto meno idealmente di giudicare e criticare gli altri, ora so che ogni cosa è al suo posto e che, in assoluto, non c’è un meglio ed un peggio, un più ed un meno, in quanto tutto fa parte di questo incommensurabile Tutto. Ora so che la periferia non è che una promanazione del Centro e non posso fare a meno di considerarla e rispettarla come tale. So che le periferie dell’essere, con tutti i piani e sottopiani, con tutte le gerarchie contraddistinte dai vari gradi di consapevolezza, non sono che una proiezione della “Grande Mente”, un Lila (gioco cosmico) in cui il Motore Immobile si manifesta. Credo in un’unica Realtà Trascendente che si esprime nella differenziazione pur rimanendo sempre identica a Se Stessa; una Realtà eterna che trascende il suo stesso fenomeno di cui noi siamo le note più o meno dissonanti che la costituiscono.
A: Quindi anche noi saremmo parte di quella Realtà?
M: Noi siamo quella Realtà ma solo a livello potenziale; hai fatto bene ad usare il condizionale perché, fino a quando il nostro piccolo-grande ego non sarà risolto (trasceso), noi rimarremo ancorati a questo piano di precarietà e dolore in cui, per libero arbitrio, ci confiniamo e a cui siamo strenuamente aggrappati.
A: Nel tuo disco ci sono alcune canzoni d’amore, vuoi parlarcene?
M: Sono tutte canzoni d’amore, dal momento che il motore del mondo è “l’Amor che move il Sole e l’altre stelle”… (ridendo)
A: Sì, vabbè, non mi riferivo all’Amore Sacro, bensì a quello ordinario tra due persone.
M: Non esiste amore ordinario, amore di serie A, B, C ecc…, esiste l’Amore a cui diamo erroneamente accezione di straordinarietà a causa del nostro egoismo e della nostra cecità spirituale.
A: Ok, ma cosa pensi dell’amore fra persone di sesso diverso, fra un uomo e una donna? E non girare l’ostacolo fingendo di non capire!
M: Amare dovrebbe significare spostare il baricentro della propria individualità dalla periferia dei sensi al nucleo del proprio Sé o, per essere più espliciti, fondersi con l’Unità omnicomprensiva che risiede nell’alveolo più recondito della nostra coscienza, indicata spesso come cuore. Al di fuori di questa ottica, non può esserci che contrapposizione di intenti finalizzati al perseguimento delle proprie esclusive gratificazioni che, a volte, per un breve periodo, sembrano coincidere con quelle del partner, ma poi esauritasi la passione, come diceva De Andrè: “Non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”.
A: E le anime gemelle?
M: Sono quasi un mito, esse rappresentano nella “fusione” il compimento delle nozze alchemiche, ma fra i condomini delle nostre città mi sembra di non scorgere alcun laboratorio finalizzato a questo scopo. Dalle tue parti, invece, il mercurio è più a buon mercato? (ridendo)
A: Eppure, sotto sotto, tu sei un inguaribile romantico, figlio dello “Sturm und Drung”, di Shelley, di Byron, di John Keats, di Baudelaire.
M: Tutto questo fa parte del passato anche se non lo rinnego affatto, anzi ne conservo un dolce ricordo, d’altronde vengo da lì.
A: Che cosa rappresenta per te oggi il Romanticismo?
M: Per me rimane ciò che è sempre stato: identificarsi nella sfera dei sentimenti sublimi rivolgendo alla donna e all’amore ogni attenzione; ma, come puoi ben capire, tutto ciò è estremamente riduttivo e sicuramente non risponde alle istanze di un uomo maturo che cerca se stesso. Sono certo però che per molte persone questa “corrente” assuma un significato ancor più fuorviante e, nel peggiore dei casi, non rappresenti che un alibi dietro cui si nasconde la lussuria ma, credimi, non uso questo termine in senso totalmente dispregiativo, dal momento che la libido ( il desiderio ) fa parte della natura umana e non è che un’energia che va presa per quella che è. Se la reprimessimo non faremmo altro che galvanizzarla rendendola ancora più vitale.
A: Come consideri dunque un normale rapporto di coppia?
M: Come un’ottima occasione per procreare, d’altronde tutte queste anime in Shamshara dovranno pure incarnarsi! (ridendo).
A: Credi nella famiglia?
M: Nella famiglia planetaria? Beh, ci spero!
A: No, nella famiglia intesa come nucleo a sé stante, come cellula della società.
M: Ad eccezione del Brahman Nirguna che tutto contiene e tutto trascende, nulla nell’universo fenomenico è a sé stante, tutto è in relazione; ma se ti riferisci alla famiglia intesa come isola di un arcipelago che non si accorge di far parte dello stesso unico oceano, ti rispondo no, grazie, quella famiglia mi fa pensare agli arresti domiciliari più che ad un luogo rassicurante in cui regnano l’armonia, la gioia e la pace; la famiglia moderna, in moltissimi casi e le statistiche lo confermano, ha perduto il suo ruolo Tradizionale. La famiglia impostata su modelli consumistici e fragili equilibri di convivenza coatta non è che lo specchio dell’inadeguata capacità di amare dell’uomo contemporaneo sempre più estraneo a se stesso, sempre più vittima delle proprie proiezioni narcisistiche e del proprio individualismo.
A: Converrai allora che esiste un’evidente dicotomia tra la concezione ideale dell’amore e quella che normalmente le persone intendono per relazionarsi tra loro!
M: Non necessariamente…
A: Spiegati!
M: Prendi Tiziano ad esempio, se osservi la sua opera, e mi riferisco all’ ”Amore Sacro e Amor Profano”, vedrai emergere tutta la concezione Neoplatonica di Marsilio Ficino, secondo la quale la bellezza terrena rappresenta lo specchio di quella celeste; l’una non esclude l’altra, bensì la integra e la trascende…est-ce que tu comprends mon amie?
A: Comprendo che l’amore ha varie colorazioni e può essere inteso in modi diversi.
M: In effetti c’è un po’ di confusione in proposito, ma non è colpa mia, credimi (ridendo).
A: Potremmo dire che l’Amore Sacro è il centro di tutte le cose, mentre quello profano rappresenta la sua periferia?
M: Potremmo dire qualsiasi cosa e il suo stesso contrario, per quello che vale…ma l’importante è riconoscere che tutto orbita all’interno dello stesso “cerchio”, il Grande Cerchio della Vita, unica ed eterna.
A: Ok, Michy, non smetterai mai di stupirmi, non mi aspettavo una dissertazione filosofica a questi livelli, e credo che chi è riuscito a seguirci fino a qui sia sorpreso almeno quanto me, ma andiamo avanti, tutto questo mi intriga, anche se esula da una normale intervista finalizzata alla promozione di un disco.
Calandomi nelle atmosfere dei tuoi brani, mi sembra di spaziare in una fantasmagorica avventura attraverso Paesi e continenti esotici, mi ritrovo a camminare lungo i sentieri che costeggiano i dirupi della “città perduta” degli Incas, fra i dedali del Machu Picchu, dove l’odore acre del sangue rappreso permea le pietre sacrificali, effondendosi fra le mura antiche della città.
M: Ehilà!... Riti di iniziazione, sacrifici umani…(ridendo) non avrai masticato qualche foglia di troppo in questa tua cruenta visione? Perché sai… da quelle parti… dal momento che ti ritrovi in Perù!
Prova invece a risalire la Cordigliera delle Ande e, con un balzo, attraversa tutti i Paesi delle “repubbliche delle banane”, prendi fiato in Honduras, fermati a Roatan, l’isola più bella della baia, immergiti nella lussureggiante vegetazione tropicale e, prima di raggiungere “French Harbour”, vai a visitare il rifugio delle “sacre iguane”, esse ti parleranno (se saprai sintonizzarti con loro)! Poi rilassati all’ombra di un mango, mentre i tucani e i guachamayas ostentano la loro sgargiante bellezza in una performance di concitati fraseggi, dopodiché sorvola il Guatemala e raggiungimi in Messico. Berremo tequila, perduti in una notte ebbra di stelle cadenti, fra le note del Degheio suonate da una tromba lontana, che si insinua nei nostri cuori lacerando ciò che rimane del nostro smarrimento.
A: Vai, Michy! Sento che hai ingranato la quinta, adesso ti riconosco! Proprio come ai vecchi tempi! Continua!
M: Siamo in Messico, fra gli sciamani Yaqui di “Don Juan Matus”, immersi nella “realtà separata” del dio Peyote, protetti dai cerchi dell’aquila che plana sulle minacciose ombre di un passato che puntualmente ritorna a riscuotere il pizzo; è il Karma che non ci abbandona mai, fino a quando non l’avremo estinto! Ma noi abbiamo trovato il “nostro posto”, siamo all’interno di un perimetro di fuoco, siamo al centro del Grande Mandala, protetti dalle insidie del subconscio che si riflette nell’Universo con tutte le sue stridenti dissonanze e aspettiamo, aspettiamo il Grande Evento Catartico che scioglierà per sempre il dubbio restituendoci alla nostra Regale natura.
Tocca a te Armida! Come allora, ricordi? Come ai vecchi tempi!
A: Eccoci di nuovo in viaggio sul veliero di Corto Maltese, seguendo le coordinate della Croce del Sud lungo le coste dei Maori per risalire l’Oceano Indiano fino al Golfo del Bengala, laddove le suggestioni di “salgariana” memoria si configurano fra l’odore intenso delle spezie e il mistico profumo d’incenso: siamo approdati in India.
M: Ma il viaggio è ancora agli esordi, continua risalendo la valle dell’Indo, attraverso la pianura del Gange, confinante a nord con il Tibet, con il Nepal e il Butan, che condividono la grande catena himalayana, laddove tutti i percorsi finiscono e comincia la sfida con se stessi: l’ultimo vero viaggio! Laddove la grande illusione riflette tutta la sua vacuità specchiandosi nella sorgente del “Sacro Ganga”, laddove l’avventura della coscienza potrebbe trovare riposo raggiungendo la liberazione (Moksha), laddove anch’io fui colto di sorpresa e sognai di diventare uno zingaro di Dio, un vagabondo del Dharma, una voce nel deserto che non smetterà di gridare fino a quando non avrà risposta.
A: Un vagabondo del Dharma, hai detto? Tutto questo mi riporta a Kerouac ( citazione ):
“- Dobbiamo andare e non fermarci mai finchè non arriveremo.
- Andare dove amico?
- Non lo so, ma dobbiamo andare.” ( On the road )
M: Mi sembra giusto… vedo che la memoria non ti tradisce, peccato che non consideri che tutto questo è Maya! Ma andiamo avanti! La Beat Generation si proponeva di restituire libertà all’individuo e al suo sogno creativo, controllato e gestito dai “poteri forti”. Bisognava superare l’ideologia, andare oltre tutti gli “ismi”, oltre l’oscurantismo tirannico del cosiddetto socialismo reale ma anche oltre la visione pragmatica del capitalismo d’assalto, quello che si esprime nella società dei consumi e nello sfruttamento selvaggio delle risorse ambientali ed umane.
Quel mondo metallizzato, gestito dalle multinazionali e dalle lobby del petrolio, non ci riguardava più, ma stava minacciando il nostro bisogno d’assoluto, togliendo ossigeno alla fantasia e stimoli alla ricerca. La consapevolezza di vivere in una società ansiogena, paternalistica, repressiva ed orizzontale ci portò alla conclusione che non esistono poteri buoni, poiché il potere è di per sé antitetico alla Realizzazione che si esprime in Totale Consapevole Libertà. Cosicchè rifiutammo tutti i poteri e ci avventurammo in un viaggio di sola andata durante il quale molti di noi si persero fra le insidie delle loro illusioni, oppure furono assassinati dall’eroina che scorreva a fiumi lungo le arterie delle megalopoli occidentali.
(Citazione): “ Sai figliolo, siamo fottuti! Dovrai smettere di respirare per non morire avvelenato dal monossido di carbonio dei gas di scarico…siamo fottuti figliolo! Davvero fottuti!”
A: E’ tua questa?
M: No, è Gregory Corso! Me la offrì in una tiepida notte di maggio trascorsa a bere Jack Daniel sulle scalinate di piazza di Spagna.
A: Hai conosciuto Gregory Corso?
M: Non era difficile conoscerlo, diciamo che era invece piuttosto problematico liberarsene… ( ridendo )
A: Come lo hai conosciuto e dove?
M: All’osteria naturalmente! Il suo salotto preferito da “Giorgio” a Campo dei Fiori, dove bivaccava quotidianamente da quando si era trasferito a Roma nei primi anni '80 e dove anch’io rimasi incagliato per un po’ di tempo. Andavamo a bere lì o dal “tedesco” a via del Governo Vecchio.
A: E a proposito della “Beat”, di cui fu uno dei più autorevoli esponenti, cosa ti disse?
M: Non era particolarmente interessato a parlarne, mi disse però che tutto sommato era un movimento profondamente romantico, anche se rideva mentre lo diceva. In effetti però credo non scherzasse affatto. Mi disse anche che la Beat Generation fu soprattutto un “copyright”, un business editoriale, del quale lo stesso Kerouac non fece mai mistero, un business in cui tutti i protagonisti, chi più e chi meno, si trovarono incastrati.
Ogni tanto lo vado a trovare, sai?
A: Dove?
M: A Testaccio, al cimitero degli Inglesi, dietro la piramide, dove riposano le sue ceneri… Quel testone sdentato mi manca, sai? Era un adorabile rompiballe che si chiedeva sempre dove fosse la sua casa; spero proprio che l’abbia finalmente trovata!
A: Puoi dirmi qualcos’altro di lui?
M: Credo che la sua poesia sia più eloquente di qualsiasi aneddoto.
A: Dicono che fosse un personaggio piuttosto sui generis, ti risulta?
M: Posso solo dirti che anche lui, come gli esistenzialisti che aveva incontrato a Parigi, era vittima di quella malattia di vivere segnata dall’angoscia e dalla disperazione, dall’angoscia causata dal proprio senso di inadeguatezza e dalla disperazione intrinseca al rapporto conflittuale che l’uomo ha con se stesso; quel morbo fatale su cui aleggia lo spirito di Kierkegaard, che ha determinato nei secoli l’olocausto di intere generazioni di artisti, un morbo che aveva contagiato anche me consegnandomi progressivamente fra le braccia dell’autodistruzione.
A: Era Buddista, vero?
M: Avrebbe desiderato esserlo…comunque credeva profondamente nell’Essenza che precede, contiene e trascende l’Esistenza.
A: Che significa?
M: Significa che, aldilà della sua fede, la dipendenza dall’alcol e dalle sostanze in genere (che lui aveva abbondantemente sperimentato) era sicuramente incompatibile con l’impegno che comporta una rigorosa pratica Zen o una qualunque forma di ascesi verticale, non ti sembra?
A: Eh già! E tu ti consideri un sopravvissuto?
M: Per alcuni, per pochi, quell’avventura (la Beat Generation) rappresentò una grande opportunità di riscatto; io mi considero un naufrago pieno di cicatrici che è riuscito ad approdare sulla terraferma o, se preferisci, un vecchio leone scampato a tutte le battute di caccia che riesce ancora a raccontarsi, anche se durante il percorso ho masticato catrame lasciando brandelli di carne sparsi sull’asfalto di mille notti stellate, anche se ho dimenticato il fegato dentro un bicchiere e una parte del mio senno è rimasto rinchiuso in un’ampolla, lassù, da qualche parte della luna, nella regione degli oggetti smarriti. Non avresti per caso un ippogrifo da prestarmi? (risata generale in studio).
A: Occhio donne, ce ne sono rimasti pochi come lui! Di quelli come Michy si è perduto lo stampo…
M: No, andate avanti donne! La mia è soltanto una stazione di passaggio in cui è meglio non soffermarsi a lungo. Andate avanti, c’è tanta strada da fare! Se ripenso agli oleografici “guru” del Flower Power, a Timoty Leary, a Ginsberg & co, provo un senso di tenerezza misto a compassione e, a volte, mi faccio una bella risata…
A: Molto critico, non ti sembra? Quasi blasfemo! Ti sei imborghesito per caso?
M: Oh, che termine obsoleto! Ha un non so che di ideologico che mi ricorda tanto l’adolescenza…
A: Non intendevo “borghese” nell’accezione politica del termine, bensì in senso di omologazione, di conformismo.
M: Già, capisco… Beh, no, posso confermarti che sono molto più “matto” di prima, ma in modo completamente diverso. Oggi non faccio parte di alcun movimento, non appartengo a nessuna casta culturale, a nessuna chiesa, pure accettandole tutte, a nessuna setta, a nessuna “otta” (ridendo), a nessuna sfera di influenza politica; sono un Paria, finalmente libero di buttare all’aria tutto, di non cercare più niente e, a volte, pensandomi, non so più nemmeno chi sono, cosa sono e dove sono, ma resto consapevole di esserci, esserci ancora, esserci sempre stato. (risata generale che coinvolge i tecnici dello studio in Svizzera) Sento che sei in buona compagnia lì a Lugano!
A: Sono i ragazzi dello studio che ti vorrebbero conoscere.
M: Digli che non ne vale la pena! Non sono un modello di virtù e poi i vostri “grottini” (le osterie ticinesi) pullulano di gente come me, di “fanegot” (fannulloni) sempre pronti ad ogni sorta di intrattenimento pur di evitare “la dura fatica di vivere”… (ridendo).
A: Da come lo dici sembra vero!
M: Devi dire a quei ragazzi di andare a sedersi davanti a una boccia di “merlot” che dalle tue parti non manca e poi di rilassarsi, cercando tra Narciso e Boccadoro la loro identità, dì loro anche di brindare alla mia salute… Dopo il quinto, il sesto bicchiere, il primo che incontreranno uscendo dal grottino sarò sicuramente io, o quantomeno il mio spirito!
A: Bada che questi ti prendono alla lettera!
M: Non credo che abbiano bisogno di stimoli, i ragazzi sanno sempre cosa fare, seguono la linea di minor resistenza che coincide con la loro santa voglia di vivere.
A: Sei migliorato, sai?... Ho voglia di rivederti! Puoi dirci quando è cominciato il tuo percorso introspettivo?
M: Quale? Ah, bè…boh…molto tempo fa, da ragazzo credo, quando catturai una cometa e cavalcandola mi prefissi di raggiungere il sole.
A: E lo hai raggiunto?
M: No, quel giorno ero troppo ubriaco per reggermi in sella, ma adesso so come si fa e non dispero (altra risata generale).
A: Non hai paura di finire come Icaro?
M: Beh, no! Ma, a proposito di cera, credo che il rischio valga la candela e poi l’importante è che si salvi lo stoppino.
A: Cioè la tua anima, suppongo.
M: Già, perché vedi, quando uno ha verificato che "l’isola che non c’è" non c’è, non gli rimangono molte alternative.
A: Spiegati meglio!
M: Voglio dire che se esistere significa vivere nell’impermanenza e nel continuo mutamento della “realtà contingente”, dovrò per forza ritrovare la Realtà Assoluta per stare in pace con me stesso.
A: Non fa una piega, Michy! Che roba, ragazzi! Troppo forte! Chi se lo aspettava!
L’esperienza del conflitto e del dolore è alla base dei tuoi raggiungimenti consolidati?
M: Magari! Tieni presente che sono un irriducibile somaro, un ripetente, un fuori corso, uno che prima di comprendere ed aderire ce ne mette di tempo.
A: Cosa vuoi dire?
M: Voglio dire che, se anche qualcosa si è mosso all’interno della mia coscienza, la strada è ancora lunga, stretta e piena di ostacoli; ci sono stati dei “Satori”, dei momenti folgoranti di inusitata bellezza, dei flash di consapevolezza estrema, alternati però da stati di coscienza a dir poco pesanti, grevi, e forse qualche volta aberranti.
A: Potresti offrirci un’immagine del “Satori”? Qualcosa che in qualche modo lo descriva?
M: No, bisogna provarlo e per ognuno è un’esperienza a sé! Tutt’al più, per darti uno spunto, potrei far riferimento al Fuoco.
A: Si tratta di un fuoco fisico o cos’altro?
M: Si tratta di un fuoco trasfigurante in cui tutto il combustibile egoico sembra consumarsi, estinguersi, tacere.
A: Che cosa rimane?
M: Il Fuoco!
A: E poi?
M: Fino a quando non interviene la mente, e sullo schermo dell’infinito in cui sei immerso non appaiono contenuti né proiezioni di sorta, puoi sperimentare qualcosa di molto simile alla felicità; è nel silenzio che Essa si rivela. Ma tutto finisce nel momento in cui ricadi nel processo pensativo e nell’identificazione con i tuoi veicoli di percezione sensoriale.
A: Dopodichè? Il Paradiso è perduto?
M: No, sei tu che ti sei allontanato (ridendo). Quello rimane ciò che E’, sta a te ritrovarLo, se vuoi.
A: Posso dedurre, traducendo dall’ermetismo delle tue parole, che sei in una fase conclusiva?
M: No, non scherziamo… Il risveglio della Buddhi (intuizione superconscia), o la sua momentanea apertura, non rappresenta affatto la soluzione finale o il raggiungimento estremo, vi sono ancora molti guardiani della soglia da superare.
A: Cosa rappresentano per te i guardiani della soglia?
M: Ah, la cosa ti riguarda da vicino? Dimenticavo che sei Steineriana e che questo linguaggio ti è familiare. Beh, come sai, l’Antroposofia lo spiega ampiamente. I guardiani della soglia costituiscono gli sbarramenti che impediscono l’accesso ai “piani superiori dell’Essere”. Sono costituiti dalle tendenze impresse nella subcoscienza, dalle azioni accumulate nel Karma, dalle abitudini perpetrate e consolidate in eoni di vita vissuta sotto varie forme ( minerali, vegetali, animali, umane ); sono le emozioni, i desideri, le passioni incatenanti che condizionano la visione della Luce e la fusione con Essa.
A: Tu affermi di essere un cane sciolto del Dharma, e non ti metti in contrapposizione con alcun sentiero, ma ci saranno dei punti di riferimento dottrinali a cui hai fatto capo, o no?
M: Ci sono eccome e ben definiti!
A: Puoi dirci in breve qual' è la tua formazione?
M: La mia formazione nasce con l’approfondimento di “Guenon”, fu appunto studiando “l’uomo e il suo divenire alla luce del Vedanta” che arrivai ad individuare il sentiero che mi era più congeniale.
A: Che sarebbe?
M: Il Vedanta Advaita ricodificato da Sri Adi Shankara, ma tieni presente che prima di allora mi ero letteralmente tuffato a capofitto nello studio delle filosofie orientali, senza per altro mai perder di vista i grandi protagonisti del pensiero occidentale, primo fra tutti Platone ed i Neoplatonici. Mi documentai anche sugli altri insegnamenti tradizionali, perché avevo capito che la Philosophia Perennis parla “l’esperanto” pur esprimendosi in modi apparentemente diversi in base alle circostanze spazio-temporali in cui viene ad esprimersi.
A: Poi andasti in India, vero?
M: Sì, ma questo è pressoché irrilevante! Fu solo per pura attrazione che mi recai nei luoghi in cui erano state partorite le idee che avevo fatto mie.
A: Quindi hai intrapreso un percorso spirituale, vuoi dirci in cosa consiste?
M: Sostanzialmente si tratta di discriminare costantemente, di essere vigilanti, autoconsapevoli, distinguendo ciò che appare da ciò che ha una valenza assoluta, attribuendo quindi al fenomeno ed alla sua precarietà soltanto un valore relativo, per poi indirizzare la propria “aspirazione” verso quel Regno dei Cieli che è dentro di noi.
A: Tutto questo è già stato detto, non trovi?
M: Già, ma non è stato fatto! Altrimenti non ci troveremmo nel Kali Yuga. Comunque ogni ascesi è sempre un’avventura unica ed individuale.
A: Non credi che questi contenuti di carattere filosofico-realizzativo appartengono ad un contesto culturale che con la discografia ha poco a che fare?
M: Sì, nell’ambito musicale mi reputo un intruso, ma forse anche uno che cerca di sensibilizzare uno spazio riservato all’arte dei suoni con dei contenuti appartenenti all’Universo della ricerca spirituale e fortunatamente non sono il solo, prendi Battiato ad esempio.
A: Perché allora non rivolgersi ad un pubblico specializzato, quel pubblico che frequenta le librerie e le biblioteche? Perché non scrivere libri?
M: Ci sono persone molto più qualificate di me che operano in questo settore e poi attraverso la musica a volte si arriva là, dove le parole ed i concetti stentano ad entrare.
A: In qualche modo ti consideri un maestro?
M: Assolutamente no! Casomai l’ultimo dei discepoli e sicuramente uno dei più indisciplinati. Il Maestro è dentro di noi e tutto il lavoro di una vita dovrebbe consistere nel sintonizzarsi col Quello.
A: Non credi che tutto ciò sia in qualche modo precluso a questo Occidente sempre più proiettato verso una dimensione edonistica?
M: Credo che tutto ciò sia precluso soltanto a chi se lo preclude. La dimensione edonistica in cui è immerso questo Occidente non può impedire a un ricercatore del Sé di impegnarsi a dare una risposta alle proprie istanze interiori. La metallizzazione comunque non riguarda purtroppo soltanto questa parte dell’emisfero, per quanto in questi tempi oscuri siamo noi Occidentali a sponsorizzarla, ad esportarla, a globalizzarla e ad imporla con la forza delle armi e del mercato. Ma i ricercatori d’Occidente hanno sempre avuto un filo diretto con la Tradizione, si dice infatti che l’umanità non sia mai stata orfana. I maestri e gli insegnamenti ci sono sempre stati e ci sono tuttora, casomai scarseggiano i discepoli! (ridendo)
A: Credi davvero che un europeo estraneo ad ogni disciplina esoterica, uno che non pratica la Meditazione, che non sa nulla dello Zen, del Sufismo, dei Grandi Misteri e dei sentieri che conducono all’Autorealizzazione possa ritrovare se stesso?
M: A volte, guardando un tramonto o gli occhi di un cane o il volo degli uccelli, mi perdo, divento il tramonto, quel cane, gli uccelli… In quei momenti non sto meditando, sono la contemplazione stessa e ciò non accade sulle rive del Gange, né sulla vetta del monte Meru ma qui, fra l’ossido di carbonio della megalopoli che mi ospita e in cui rimango straniero.
Se penso ad Ungaretti, all’alba di quell’emblematico mattino in cui scrisse “M’illumino d’Immenso”, non posso fare a meno di considerare che il Satori non è una prerogativa orientale, ma rappresenta la speranza dell’Umanità ed il suo inevitabile futuro.
A: (Rivolgendosi agli ascoltatori) Beh, con questa nota di lirismo che va oltre la poesia si conclude l’intervista a Michele Viviani, un artista che canta fuori dal coro, uno di quelli che lasciano un segno nella coscienza di chi ha le antenne alzate, uno di quelli che non fa mercato ma si rivolge a quanti, stanchi di essere stanchi, cercano in loro stessi una risposta esaustiva al proprio psicodramma esistenziale.
Michy, vuoi dirci ancora qualcosa prima di salutarci?
M: Sì, amica mia, sono solo canzonette; tutto questo è Maya…
Un abbraccio fraterno a quanti hanno avuto la compiacenza di ascoltarci ed un suggerimento che parte dal cuore agli amici elvetici: sincronizzate i vostri Rolex su quell’Infinito con cui tutti, prima o poi, abbiamo un inevitabile appuntamento!